One Journal Square

Grandi coworking: quando la parete vetrata definisce gerarchie senza frammentare

Trasparenza minimale, integrazione impiantistica e modularità progettuale per spazi collaborativi di scala con UNICA® SLIM di Etoile

I grandi coworking non sono open space indifferenziati, ma ecosistemi stratificati dove uffici privati, sale riunioni prenotabili, postazioni concentrate e aree informali devono coesistere senza sovrapporsi. All’interno del complesso One Journal Square di Jersey City, un intero piano è dedicato all’amenity level, ossia il livello che concentra tutti i servizi condivisi per residenti e utenti esterni: palestra, piscina, coworking, meeting rooms, lounge. Carvart, partner di Etoile per il mercato nordamericano, ha installato circa 100 metri lineari di pareti vetrate UNICA® SLIM per definire il passaggio tra zone aperte e spazi riservati, integrando quarantacinque porte a battente e tre scorrevoli. Il sistema Etoile è stato scelto per questo progetto proprio perché non separa ma organizza. Ogni parete controlla visibilità e accesso senza interrompere la continuità visiva che tiene insieme il piano.

La metrica degli spazi organizzati

Quando la scala cresce, il workspace smette di essere una somma di postazioni e diventa un’infrastruttura d’uso. La questione non è ‘dividere’, ma dare una metrica alle diverse attività: capire dove l’interazione può essere spontanea e dove, invece, serve concentrazione; dove la conversazione deve restare entro un perimetro e dove il passaggio deve essere continuo. La parete vetrata, in questo scenario, non lavora come un fondale trasparente, ma come un dispositivo di soglia: definisce porzioni di spazio leggibili, stabilisce distanze operative, costruisce una sequenza di attraversamenti che orienta senza didascalie. È la differenza tra un grande ambiente che disperde energia e uno che la governa.

Gerarchie leggibili e ‘trasparenti’

La trasparenza, se trattata con rigore, produce un vantaggio concreto: mantiene l’unità percettiva del piano e, allo stesso tempo, rende immediata la comprensione delle gerarchie d’uso. Non serve oscurare per creare riservatezza; spesso basta graduare la visibilità e la prossimità, in modo che la privacy diventi una condizione modulabile e non un aut-aut. In un coworking contemporaneo questo significa alternare grandi spazi comuni e micro-ambienti con caratteri distinti, riunione, call, lavoro individuale, lavoro di gruppo, attesa, socialità, evitando che ciascun ambito ‘contamini’ l’altro. Il risultato è una spazialità più disciplinata: si percepisce dove ci si può fermare, dove si può parlare, dove è preferibile restare in ascolto.

Integrazione tecnica ed estetica

Il punto, però, non è solo ciò che si vede. Nei grandi spazi di lavoro la tecnologia è parte essenziale del progetto: controllo accessi, cablaggi, integrazione con sistemi di sicurezza, dispositivi di chiusura e gestione delle porte. La qualità progettuale emerge quando questi requisiti entrano nel sistema senza produrre ingombri, disallineamenti, soluzioni posticce. Predisporre percorsi tecnici, risolvere l’alloggiamento dei componenti, mantenere proporzioni e coerenza tra elementi fissi e mobili: sono scelte che incidono sul comfort quotidiano e sulla manutenzione, quindi sulla durata reale dello spazio.

Flessibilità reale senza perdere ordine

È qui che modularità e integrazione impiantistica smettono di essere parole d’ordine e diventano una responsabilità. Un sistema di partizioni che consente di ripensare funzioni e densità senza cantieri invasivi protegge l’investimento e, soprattutto, preserva la continuità d’uso. La luce naturale resta disponibile, l’orientamento non si spezza, la circolazione mantiene fluidità. E anche il tema acustico, spesso il vero banco di prova nei grandi spazi, può essere affrontato con precisione: non ‘sigillando’ tutto, ma costruendo condizioni diverse per attività diverse, con elementi che assorbono e organizzano invece di isolare.

Un microcosmo regolato

Alla fine, un grande coworking si misura sulla chiarezza che produce senza imposizioni. Se soglie, accessi e percorsi sono leggibili, lo spazio smette di chiedere continue interpretazioni: le persone si muovono con naturalezza, riconoscono livelli di accesso senza necessità di segnaletica, passano da una modalità di lavoro all’altra senza attrito. In questo senso la parete vetrata torna a fare bene il suo mestiere: non scenografia né barriera, ma un elemento che costruisce ordine, tutela la complessità e mantiene insieme, visivamente e operativamente, un microcosmo perfettamente regolato.