Olvetti Valentine

Out of office: breve storia della scrivania in vacanza

Dagli scrittoi da viaggio al laptop sulla terrazza, il sogno di lavorare altrove

La finestra è aperta, il mare irrompe con i suoi effluvi salmastri, sullo sfondo lo sciabordio delle onde e sul tavolo un laptop, un taccuino e una bibita ormai tiepida. Dalla nostra mail, una risposta automatica annuncia al mondo che siamo “out of office”. Non è proprio una bugia: il nostro lavoro si è solo trasferito in una località con una vista migliore. Il portatile ha già svariati granelli di sabbia che scricchiolano sotto la barra spaziatrice: è il modo che ha l’estate di ricordarci chi comanda.

Sembra l’immagine squisitamente contemporanea di un tempo in cui non è concesso fermarsi mai, neppure in vacanza. “O tempora, o mores!”, avrebbe sentenziato Cicerone. Eppure, il desiderio di lavorare altrove è ben più antico del Wi-Fi: da secoli proviamo a far stare in una scatola tutto ciò che serve per pensare, scrivere e rispondere ai nostri interlocutori più o meno lontani. Molto prima di portarci dietro l’ufficio, abbiamo insegnato alla scrivania a viaggiare.

Quando l’ufficio aveva il coperchio

Tra Settecento e Ottocento gli scrittoi portatili seguivano viaggiatori, militari e uomini di lettere: chiusi sembravano cassette misteriose, aperti offrivano un piano inclinato in pelle e scomparti per carta, penne e calamai. Il writing slope del poeta inglese William Cowper, datato intorno al 1790 e oggi conservato al Cowper & Newton Museum di Olney, è la versione garbata dell’idea. Quello di Thomas Jefferson è la versione con conseguenze: nel 1776 vi scrisse la bozza della Dichiarazione d’indipendenza, su una scatola di mogano progettata da lui e realizzata dall’ebanista Benjamin Randolph, che usò per circa cinquant’anni. Nel 1825 la spedì come regalo di nozze al marito della nipote: il dono originario era andato perduto in mare, sicché al suo posto arrivò la scatola su cui era nata The unanimous Declaration of the thirteen United States of America. La famiglia Coolidge la donò poi al governo degli Stati Uniti nel 1880. In pratica un notebook di legno, con il difetto di non spegnersi mai e il pregio di non tormentare continuamente l’utente con fastidiose notifiche sonore. Queste ultime, all’epoca, viaggiavano a cavallo, con tempi di consegna più signorili dei nostri.

La scrivania mette la maniglia

Poi la scrivania mobile perde in dimensioni e guadagna in rumore. La macchina da scrivere portatile Corona 3, introdotta nel 1912, era compatta, alleggerita dall’impiego dell’alluminio e dotata di un carrello ripiegabile sulla tastiera, così da entrare nella custodia. Leggera e testarda, fu usata anche da corrispondenti al fronte durante la Prima guerra mondiale e divenne la compagna di viaggio di giornalisti e scrittori: Ernest Hemingway lavorò con una Corona 3 all’inizio degli anni Venti, durante il periodo europeo, anticipando di un bel po’ l’idea dello smart working. Nel 1920 Remington estese la formula a un pubblico più vasto con la Portable No. 1, la prima macchina da scrivere portatile con tastiera a quattro file: da lì lo scrittoio smette di essere un mobile solenne e diventa qualcosa che sta sulla scrivania della camera di una pensione, sul tavolo di un ristorante o nella veranda di un bar frequentato da avventori abbastanza tolleranti al picchiettio sui tasti. Nel 1969 la portabilità smise perfino di vestirsi da ufficio. La Valentine di Olivetti, disegnata da Ettore Sottsass e Perry King e racchiusa in un guscio di ABS rosso, trasformò la macchina per scrivere in un oggetto pop, rivolto ai giovani e a un modo di vivere meno stanziale. Sottsass la definì “la biro delle macchine per scrivere”; la campagna pubblicitaria la mostrava in una cabina d’aereo, sul letto, perfino al mercato del pesce. Non prometteva soltanto di scrivere ovunque: suggeriva che farlo potesse avere anche una certa allure.

La scrivania entra in orbita

Il computer, poi,  portò la situazione all’estremo. L’Osborne 1, primo portatile prodotto in serie (1981), pesava circa undici chili ed era comodo da trasportare come una valigetta piena di enciclopedie. L’anno dopo il GRiD Compass, progettato da Bill Moggridge, portò sul mercato una configurazione a conchiglia, con lo schermo che si chiude sulla tastiera, brevettata da GRiD e poi divenuta tipica dei laptop; fu anche utilizzato dalla NASA sullo Space Shuttle.

Out of office, ma non troppo

Oggi una postazione può spuntare ovunque, quando meno te lo aspetti: casa al mare, lounge d’hotel, treno, pergolato. Quale meraviglia! Salvo che lavorare davanti al mare resta comunque lavorare: il panorama solleva l’umore, ma non ha mai corretto una slide né accorciato una call. E la spiaggia sullo sfondo non ferma nessuno dal dire “scusate, prima di chiudere, un ultimo punto…”. Artifizio retorico che, notoriamente, ha vita propria e tempi imprevedibili.

Resta la domanda più scomoda: se possiamo farlo ovunque, dove finisce il lavoro? Basta una vibrazione sullo smartphone e l’aperitivo diventa, in tempo zero, una finestra operativa. L’out of office di oggi è un piccolo capolavoro di ambiguità: dichiara che non ci siamo, ma nella stessa riga precisa quando risponderemo, chi contattare e come raggiungerci in caso di urgenza. Assenti, dunque, ma virtualmente sempre reperibili. Inutile illudersi: nella società dell’iperconnessione “staccare la spina” è ormai un privilegio per pochi. Resta solo la canicola d’agosto, che con garbo antico ci concede ciò che non osiamo prenderci: qualche ora di ozio da amministrare con la gravità di un impegno, ché l’uomo davvero occupato è quello che riesce a non fare nulla come se fosse la cosa più importante del mondo.