Unica

Unica: Nomen omen 

Il sistema Etoile che dà carattere agli ambienti, cinque versioni, una sola coerenza formale 

Nomen omen, dicevano i latini: nel nome è contenuto il destino. Chiamare un sistema di pareti Unica significa assumersi un impegno netto, dichiarare che non si tratta di un prodotto tra i tanti, ma di qualcosa che ambisce a non avere equivalenti. Un altro romano, Vitruvio, nel primo libro del De Architectura indicava che ogni opera dovesse riunire in sé tre qualità inscindibili: firmitasutilitasvenustas — solidità, funzione, bellezza — senza che nessuna prevalesse sulle altre. A distanza di più di duemila anni, è ancora il metro più esatto per valutare un sistema che si è scelto di chiamare Unica. Regge strutturalmente? Funziona nel progetto? Soprattutto, è capace di bellezza? 

Cinque versioni sullo stesso spessore, compatibili tra loro, ciascuna con un diverso rapporto tra profilo e vetro. Non varianti estetiche: declinazioni di uno stesso concept, pensate per convivere nello stesso spazio. Il sistema di pareti monovetro e cieche di Etoile non contrappone un dentro e un fuori, ma convive con lo spazio, ne amplifica la qualità e ne riverbera l’intenzione progettuale. 

Una presenza discreta, un segno preciso 

Unica non è un elemento neutro da collocare tra due ambienti, ma una scelta di linguaggio spaziale. Il suo profilo, nella versione Slim ridotto a un segno quasi grafico a pavimento, non rinuncia mai a una presenza calibrata, mai intrusiva. Le altre versioni offrono profili progressivamente più strutturati, capaci di adattarsi a condizioni di cantiere diverse. 

La scelta tra una versione e l’altra non è mai solo tecnica. È una decisione sul carattere della separazione: quanto il confine deve farsi vedere, quanto deve trattenere, quanto deve lasciar passare. Non rivendica la propria esistenza, ma interpreta il pensiero del progettista. 

Finiture: quando la materia diventa intenzione 

La vera sorpresa di Unica è nella profondità della sua tavolozza. I profili possono essere anodizzativerniciati o brillantati. I vetri spaziano dal trasparente al satinato, dal bronzo al fumé. Ma è sui pannelli ciechi che il catalogo si apre davvero. 

Sedici essenze legno, dal Rovere invecchiato taglio sega al Noce rosso. Dieci finiture materiche, TessutoLino bronzoCortecciaOssidoPrimo fiore e Deserto, che introducono una dimensione tattile inconsueta: grane e rugosità che evocano l’intonaco a calce, il tessuto antico, la pietra consumata. Non decorazione, ma materia. È qui che la venustas vitruviana smette di essere un concetto astratto e diventa scelta concreta: le superfici dialogano con la luce, modulano la temperatura visiva del luogo, invitano lo sguardo a indugiare. La finitura non è l’epilogo del progetto, ma parte costitutiva della sua identità. 

Coerenza nei contesti, libertà nel progetto 

Quello che colpisce di Unica è la capacità di contestualizzarsi nei workplace più diversi e restituire coerenza formale. In un headquarter, articola la gerarchia tra spazi collettivi e uffici individuali senza fratture. In un hotel, definisce reception e aree riservate con la stessa identità. In uno studio professionale, garantisce riservatezza senza rinunciare alla continuità visiva del piano. 

Le giunzioni tra i vetri possono essere dichiarate o invisibili. Gli angoli seguono geometrie irregolari senza pezzi speciali. Le porte, battenti e scorrevoli, cieche e vetrate, completano il sistema con la stessa logica. Alleata del progetto, mai protagonista fine a sé stessa. 

Non una parete: un gesto 

In un’epoca in cui il design d’interni oscilla spesso tra l’eccesso e l’assenza, Unica propone una via che privilegia equilibrio e misura. Non impone un’estetica: offre un lessico ampio, preciso, coerente, che il progettista piega alla propria visione. 

Chi lavora con questo sistema non sceglie una parete e poi ne seleziona il colore. Compone un dispositivo spaziale in cui profilo, vetro e pannello partecipano alla costruzione di un’atmosfera. Mentre gli ambienti si animano di persone e intenzioni, Unica resta testimone discreta di relazioni, soglie attraversate, confini ridefiniti. Non una parete: un modo di guardare allo spazio come a un organismo in continuo divenire.